“Doppiatore” o “doppi-attore”: un gioco di parole che, nella sua semplicità, esprime in qualche modo la natura di questo mestiere. Il doppiatore, infatti, è prima di tutto un attore; non basta possedere un bel timbro, una voce calda e carezzevole o fresca e brillante… per dar voce ai grandi attori del cinema e della tv mondiale occorre essere interpreti del loro talento, restituire le emozioni che essi trasmettono attraverso la loro interpretazione. Non è necessario neppure che la voce ricordi la timbrica dell’originale, quel che conta in modo essenziale è che quel carattere, quella sensazione, quell’emozione che l’attore evoca ed esprime, venga rispettata e restituita al pubblico nella maniera più autentica, più “vera” e credibile, in modo che, nel magico gioco della “sospensione dell’incredulità” cinematografica, possa sembrare assolutamente normale sentir parlare un italiano perfetto in un film ambientato nella steppa mongola, lasciandosi semplicemente rapire dalle immagini e da ciò che le “nuove” voci trasmettono.

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Ed è un’enorme responsabilità quella del doppiatore: trovarsi davanti attori da Oscar, doversi misurare con le loro gigantesche interpretazioni, “incollarsi” sui loro volti, sui micro-gesti che tanto dicono, ancor prima e ancor più delle parole, agganciare uno sguardo, la contrazione di un sopracciglio, una piega del labbro, e trasferire quei movimenti nella nuda voce, senza poter ricorrere all’aiuto del proprio corpo, ma con l’obbligo di stare “dentro” il corpo di un altro. Ecco perché “doppio attore”: il doppiatore è un attore che mette la propria arte a servizio di un altro attore ma che, al tempo stesso, regala al personaggio anche un po’ di sé.

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