“Il doppiaggio è il procedimento col quale nei prodotti audiovisivi si sostituisce la voce originale di un attore, o di un personaggio, con quella di un doppiatore”: questa è la definizione presente su Wikipedia di un’arte nella quale gli italiani sono i maestri indiscussi a livello mondiale. Descritto così, quel che appare superficialmente è soprattutto un aspetto tecnico, quello della “sostituzione” di un originale, incollando al suo posto qualcosa di posticcio. Quel che, invece, non appare, è l’importanza del fattore artistico che contraddistingue questo mestiere: il doppiaggio non è una mera sostituzione di voce, ma la restituzione di un’emozione attraverso la voce. E, per questo, ciò che fa la differenza è proprio l’arte dei professionisti di questo settore, la loro capacità di giocare (inteso come il “to play” inglese utilizzato per definire la recitazione) con le situazioni, con i volti e le espressioni degli attori.

L’aspetto tecnico, dunque, è solo una minima componente di questo affascinante mestiere, mestiere che si svolge nell’ombra, al buio di una sala di doppiaggio, con una cuffia sull’orecchio e davanti ad un copione e a delle immagini che scorrono. E, in questo buio, gli “attori nell’ombra” mettono tutta la loro arte nelle battute, nelle frasi, nelle singole parole.

Se questo è l’aspetto artistico, a livello prettamente tecnico come nasce un doppiaggio? Nasce con il cosiddetto “adattamento”: molto più di una semplice traduzione, anche in questo caso l’adattatore dialoghista deve restituire lo spirito e il senso profondo del testo. Uno slang tipico dei bassifondi newyokesi, ad esempio, risulterebbe poco comprensibile se non addirittura intraducibile in italiano… è per questo che l’adattatore deve creare un linguaggio nuovo che faccia passare comunque agli spettatori le immagini di quartieri periferici degradati e difficili, ma in una modalità chiara a coloro che hanno un’altra cultura, un’altra lingua, altri modi di dire (quel che accade, per fare un esempio, nel film “Taxi Driver”). Gli stessi giochi di parole, soprattutto nei dialoghi ad effetto comico,necessitano spesso di una riscrittura vera e propria: tipico l’esempio del film “Frankenstein junior”, in cui battute passate alla storia come “Lupo ululà e castello ululì” sono state inventate di sana pianta dal geniale adattatore, ma non erano presenti nel testo originale in inglese, dove il gioco di parole si giocava sull’assonanza tra termini come “werewolf” (lupo mannaro) e “there wolf” (dove lupo).

Si potrebbe dire che, se il doppiatore è un “doppio-attore”, l’adattatore è un “doppio-autore” che, in più, deve svolgere il suo mestiere di riscrittura con tutti i limiti legati al ritmo e al sincronismo labiale (la lunghezza delle battute rispetto alle originali e il movimento delle labbra degli attori).

Un bravo adattatore agevolerà moltissimo il lavoro del direttore del doppiaggio, ossia il vero “regista” del settore, che potrà concentrarsi sull’interpretazione più efficace dei suoi doppiatori.

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